Un Respiro di Lunga Vita

Un pomeriggio di molti anni fa mi trovavo su una collina semidesertica dell’interno della California insieme a un gruppetto di personaggi che allora molti avrebbero considerato strani, e tutti facevamo movimenti che molti avrebbero considerato bizzarri. Il tipo corpulento che ci guidava – bizzarro anche lui – ogni tanto ci faceva prendere delle pause e ci raccontava qualcosa. Quel pomeriggio ci raccontò di un tale che era uscito dall’ufficio dopo una giornata di intenso lavoro al computer e al telefono, aveva guidato per una buona ora nel traffico, era arrivato in una palestra, si era cambiato di corsa, e aveva praticato per un’altra buona ora dei frenetici movimenti cadenzati da una musica martellante. Poi, sudato e stanco, con le residue forze che gli restavano aveva infine guidato sino a casa, si era tolto le scarpe, la giacca, e gettandosi sulla poltrona del soggiorno, un attimo prima di cadere addormentato aveva esclamato: “Come mi sono rilassato!”

Il nostro tipo corpulento – in realtà uno dei maestri più efficaci e diretti che abbia avuto la fortuna di conoscere – ci disse: “Sapete cosa stava succedendo a quel tipo: non era rilassato, era semplicemente stanco morto!” Ancora, dopo molti anni trascorsi a imparare, praticare e insegnare discipline taoiste e ad approfondire il significato e le sfumature di stress, stanchezza, fatica e loro conseguenze per la nostra salute, trovo che l’aneddoto calzi a pennello per sfatare alcuni miti su stress e rilassamento.

Innanzitutto è necessario tentare di spiegare cosa è lo stress, perché siamo abituati a considerarlo solo nelle sue espressioni più emotive, del tipo: “Oggi sono proprio stressato, mi hanno sommerso di telefonate inutili e il capo mi ha pure minacciato di licenziarmi.” Ma forse non tutti sanno che ogni attività che oltrepassi il massimo delle nostre forze di quel momento presente, crea stress, in quanto “fatica” delle fibre nervose periferiche innanzitutto, che se intenso arriva a quelle centrali. Le riserve fisiologiche vengono usate, e questa pressione se diventa abitudine accorcia la vita.

Quindi la prima buona regola per evitare di farsi del male stancandosi oltre i nostri limiti è un ascolto costante del nostro essere (corpo e mente) e dei segnali che ci manda. Ed evitare di spingerlo al massimo,od oltre il massimo, ogni volta che sia possibile. I taoisti della Via dell’Acqua la chiamano la regola del 70%. Ad esempio, mettiamo che in condizioni normali riesca a correre i 100 metri in 15 secondi. Decido di farli in 20. E i cinque secondi che mi sono concesso diventano uno spazio di rilassamento che si espande in tutta la durata della corsa. Ma se ho la febbre, i 15 secondi del mio limite normale diventano 30, e i 20 che erano giusti quando stavo bene diventano 40. Circa il 70% del mio massimo di quel momento con la febbre. Per le attività mentali vale la stessa regola: i computer stancano perché le super-velocità dei processori di oggi inducono la nostra mente, se non ci ascoltiamo, ad andare ad una velocità di elaborazione superiore al massimo fisiologico. Ora, atleti professionisti esclusi – per i quali è necessario un approccio diverso – nella vita quante volte ci comportiamo come se stessimo facendo una gara “all’ultimo traguardo”, senza una reale necessità?

E’ meglio cercare di restare sempre un poco al di sotto del limite, perché se si arriva al 100% lo si oltrepassa facilmente senza accorgersene, e quando passiamo il 100% la frittata è fatta: le nostre fibre nervose cominciano a stressarsi, diminuiscono la capacità di conduzione dei segnali elettrici, e ci metteranno del tempo a tornare allo stato ottimale, ammesso che le facciamo infine riposare. Oppure, se insistiamo a tirare la corda, possono terminare in un esaurimento nervoso: la punta di un iceberg che potrebbe proprio aver cominciato a formarsi nello sfinirsi fisicamente al termine di una giornata di intenso lavoro, nella quale già il limite era stato già oltrepassato più volte.

Quanto detto potrebbe attirarmi le critiche degli appassionati di tutti quegli esercizi tipici di una palestra. Ma questa non è una critica a delle attività fisiche che di per se non hanno niente di dannoso o negativo per la nostra salute. L’elemento che le può trasformare da benefiche in negative è solo quando praticarle. Tanto è vero che anche per le “morbide” e lente pratiche orientali quali il Qi Gong e il Tai Chi – che fanno molta attenzione a evitare ogni forma di stress – vale la buona regola: “Se sei affamato, mangia. Se sei stanco, riposa. Dopo, pratica.”

E se ci trovassimo in una situazione in cui sia impossibile evitare di andare al massimo? Osserviamo cosa succede quando una persona è stressata, di corsa: respiro rapido, corto, a volte spezzato, con espirazione più corta di inspirazione, come se mancasse l’aria… ecco, proprio l’aria, il respiro: questo è lo strumento alla portata di tutti per diminuire lo stress e le sue conseguenze. Perché tutti abbiamo un corpo che respira, e tutti un respiro che possiamo ascoltare!

Allora partiamo proprio da quello e mettiamo in atto un correttivo consapevole: un respiro lungo, continuo, con espirazione più lunga della inspirazione, come buona abitudine quotidiana. E’ una pratica imparabile in un batter di ciglio o quasi, ed è il primo livello di abbattimento dello stress, diceva il maestro corpulento sulla collina della California. Respirare come insegnano i taoisti vuol dire infatti gestire ogni istante in senso opposto alla reazione automatica da stress. Un’abitudine che ci mette in una condizione di enormevantaggio quando arriva lo scossone improvviso e imprevedibile, esattamente come fanno le buone fondamenta di una casa antisismica. Semplicemente respirare, con tutto il nostro corpo, dalla testa ai piedi, consapevolmente, tutto il giorno. In realtà, proprio come abbiamo fatto da neonati, anche se non ce lo ricordiamo più.

La respirazione taoista è una respirazione che riduce la frequenza respiratoria dai 12-16 respiri al minuto dei testi occidentali, ai 6-7, spesso a 3-4, sino anche a uno al minuto. Come i coccodrilli. Vi siete mai accorti di quando respira un coccodrillo? Sembra che non respiri. Perché è così lento e profondo che da fuori sembra un tronco immobile. Eppure quando scatta è così veloce che non si riesce a seguire con lo sguardo…

La scuola alla quale ho studiato lo chiama “Respiro di Lunga Vita”. E quando diventa la musica di sottofondo della nostra giornata lo stress trova la porta sempre chiusa, e il rilassamento e la vita dentro di noi possono continuare a germogliare. E poi in fondo, anche gli antichi testi Veda dicono che ognuno di noi nasce con un numero prefissato di respiri, finiti i quali lasciamo questo corpo… fate un po’ voi i conti di quanto vivremmo se respirassimo una volta al minuto invece di dodici.

Articolo di Cosimo Mendis pubblicato su New Martial Hero Magazine n. 5 – 2011.

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